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La casa d'Aste Art è nata nel 2001 dall'idea di Guido Wannenes e un altro amico antiquario.
E' stata creata ad hoc per vendere gli interni di una villa patrizia al confine con la Toscana.

Le sale di Palazzo di Negro, hanno visto ricostruire gli arredi della Villa, per questo si parlò di House Sale.
Dopo le 3 tornate d'asta del 2001 che hanno fatto registrare l'85% di venduto, la Casa d'Aste viene interamente gestita da Guido Wannenes.

Nipote e figlio di antiquari, Guido Wannenes ha 32 anni, è il più giovane titolare di Casa d'Aste in Italia, partecipa a mostre e si occupa di mobili e dipinti, con particolare attenzione alla realtà genovese fin dall'età di 14 anni, al seguito dello zio e del padre.

I Wannenes sono da generazioni importanti antiquari italiani, arrivarono a Genova, dall'Olanda, nel '600 coi pittori fiamminghi.

Tra le aste rilevanti, quella del 26 Novembre 2001 ha visto aggiudicare per 121 milioni di lire 4 dipinti monocromi di G.B. Carlone, preparatori all'affresco di Palazzo Negrone (P.za Fontana Marose, Genova).
Altri pezzi importanti sono partiti per la Francia.

A febbraio del 2002 la casa d'Aste Art ha tenuto la sua prima asta di ottocento.

Genova ha dato il suo contributo all'asta, in particolare è rimasta in città un'opera rara da trovare così bene conservata come la portantina genovese.
Venduti anche un gruppo di arazzi fiamminghi del seicento, rimasti chiusi in una cassa per 150 anni.

Il Palazzo del Melograno


Il palazzo, il cui nome ufficiale è Palazzo Casareto-De Mari, sorge nel Centro Storico di Genova, ad angolo nel punto di congiunzione fra Campetto e piazza Soziglia.
Sottoposto a vincolo dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, venne completato nel 1585 per Ottavio Imperiale su progetto di Bartolomeo Bianco.
Successivamente il palazzo pervenne alla famiglia Casareto e De Mari, di cui tuttora conserva il nome.

Il palazzo faceva anche parte della prestigiosa serie dei Rolli, elenchi delle residenze nobiliari della città dai quali l'antica Repubblica di Genova, priva di una reggia, estraeva a sorte un nominativo ogni volta che un ospite illustre - papa, re o ambasciatore - arrivava in città e bisognava alloggiarlo adeguatamente.

Il palazzo conserva opere d'arte di qualità assoluta, come la statua di Filippo Parodi raffigurante "Ercole", posta nel ninfeo (in origine ornava la fontana) dell'ampio cortile loggiato.

A mantenere intatta la memoria della passata grandezza restano soprattutto gli splendidi affreschi di Domenico Piola, realizzati attorno al 1680; nel '700 vi si aggiunsero quelli di Domenico Guidobono e del bolognese Giacomo Antonio Boni (attivo anche a Palazzo Reale).

Piola dipinse il soffitto e le pareti del loggiato-galleria del secondo piano nobile, illustrandoli rispettivamente coi "Pianeti" (Saturno, Giove, Marte, Apollo, Mercurio, Venere, Diana e Aurora: ossia le divinità delle sfere celesti, disposte secondo la geografia astrologica) e con le "Arti" (Geometria, Retorica, Musica, Pittura, Scultura, Architettura, Astronomia e Armonia); affrescò inoltre la volta di una vicina stanza con "Cerere, Bacco e Amore".
Il soprannome "del Melograno" deriva dalla presenza di una pianta nata spontaneamente sopra il portale all'inizio del secolo, e tuttora esistente.


Palazzo Brignole Durazzo


Il palazzo è stato la residenza di due tra le principali famiglie patrizie genovesi, i Brignole, prima, e i Durazzo, poi, già appartenenti a quella cosiddetta nobiltà “nuova” e tra le protagoniste della vita politica ed economica della Repubblica di Genova, alle quali tra XVII e XVIII secolo appartennero numerosi dogi e senatori.

La vicenda archittettonica dell’edificio si lega a due significativi episodi urbanistici della città: quello degli anni tra la seconda metà del Cinquecento e i primi trent’anni del Seicento, conseguente all’apertura della contigua “Strada Nuova” (l’attuale Via Garibaldi), che diede l’avvio alla costruzione delle dimore del patriziato genovese secondo i nuovi modelli rinascimentali, e quello tardo settecentesco dell’apertura della “Strada Nuovissima” (attuale Via Cairoli - Piazza della Meridiana).

Intorno al 1626 il magnifico Giovanni Battista Brignole, fratello del più noto Giovanni Francesco, Doge della Repubblica dal 1635 al 1637, edificò il palazzo accorpando alcuni edifici preesistenti, secondo un processo comune a tutti i grandi patrizi dell’epoca che rimasti esclusi dalla lottizzazione di Strada nuova avevano edificato i propri palazzi secondo i canoni rinascimentali introdotti dai palazzi costruiti ex novo sulla “Via Aurea dei Genovesi”, accorpando le schiere medievali che sorgevano nel fitto tessuto urbanistico della città antica e unificandole attraverso l’elemento architettonico dell’atrio-vano scala genovese.
Analogamente era infatti accaduto per il palazzo dei Brignole, il cui ingresso si apriva sull’asse viario di Salita San Francesco.

Tra Sei e Settecento il palazzo fu ampliato dai Brignole che commissionarono gli affreschi delle volte dei due piani nobili ai principali artisti genovesi dell’epoca, da Domenico Piola a Gregorio e Lorenzo De Ferrari.

Nel 1779, dopo un dibattito in seno alla città durato oltre un secolo e nonostante l’opposizione di vari enti e privati detentori di considerevoli proprietà dell’area, su progetto dell’architetto Gregorio Petondi, fu aperta la “Strada Nuovissima” che, “tagliando” il fitto tessuto urbanistico e numerosi edifici di pregio, creava finalmente un collegamento tra la “Strada Nuova” e la piazza della Nunziata e, quindi, la Strada dei Balbi, rendendo più agevole la viabilità cittadina da e verso Ponente.

Il palazzo, all’epoca proprietà di Giacomo Maria Brignole - doge nel biennio 1779-1781 e poi nuovamente eletto nel 1796 alla vigilia della caduta della Repubblica aristocratica, non subì alcun depauperamento architettonico ma fu privato del giardino, corrispondente all’attuale piazza della Meridiana.
La fronte principale dell’edifico fu quindi rivolta al nuovo asse viario principale creando un avancorpo sul quale fu posto lo splendido portale marmoreo opera del grande scultore genovese Filippo Parodi che originariamente costituiva l’accesso al giardino del palazzo e chiudeva scenograficamente la Strada Nuova.

Nel corso della prima metà dell’Ottocento risiedette nel palazzo la celebre marchesa Luigia Pallavicino “caduta da cavallo” cantata dal poeta Ugo Foscolo, una delle dame genovesi che avevano animato la vita culturale della Genova napoleonica.
Nel corso della prima metà dell’Ottocento l’edificio fu acquistato dal marchese Marcello Durazzo, che nel 1824 aveva venduto il proprio palazzo di Strada Balbi alla famiglia Reale.
Il figlio di questi, Giuseppe Maria Durazzo, vi trasferì la residenza della famiglia e commissionò la decorazione pittorica dell’atrio d’ingresso principale: le pareti e le volte sono ornate da motivi “a grottesche”, opera di Federico Leonardi, che incorniciano la grande rappresentazione della presa della fortezza della Briglia occupata dai Francesi nel 1512 sulla volta centrale e le figure dei grandi genovesi della storia che scandiscono le pareti perimetrali opera di Giuseppe Isola.

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